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domenica, dicembre 04, 2011

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martedì, ottobre 11, 2011

Eventi in primo Piano


Agenzia eventi musicali


SABATO 15 OTTOBRE alle ore 22.30 al Cinema Azzurro Scipioni di Roma
Il film (nel cast Renato Zero, Loredana Bertè, Edoardo Nevola, Bill Conti, Penny Brown, Eva Axèn, Schipa Jr) è stato inserito da Silvano Agosti nella rosa di film fondamentali che saranno proiettati in perpetuo nel suo Museo del Cinema.
All’evento saranno presenti Schipa Jr. ed Edoardo Nevola 
Info: 06.39713161

Il mitico bassista degli Stormy Six,Claudio Rocchi, Sta incidendo per l'etichetta Cramps un nuovo disco:

Data prevista per il lancio ufficiale la fine di Ottobre. Da quando Claudio Rocchi scelse la carriera solista esordendo nel 1970 con Viaggio, album totalmente acustico, con la partecipazione di Mauro Pagani al flauto e al violino (l'album ottenne il premio della critica discografica oltre a buoni riscontri di vendite, grazie anche agli spazi radiofonici che il cantautore trovò nella trasmissione Per voi giovani, ideata da Renzo Arbore e condotta da paolo Giaccio, Mario Luzzatto Fegiz e Carlo Massarini) e seppure il secondo album, Volo Magico n.1 del '71, sia considerato dalla critica il suo migliore, questa è secondo Claudio Rocchi l'esperienza più significativa.

Rassegna Fabrizio De Andrè – La Spezia



Torna la Storica Canzone d’Autore Italiana, e quella nuova che ne tramanda il valore culturale e il significato incontaminato.  Quattro grandi artisti tra quelli che diedero vita alla scintilla originaria della storica Canzone d’Autore introdotti da nuove figure e speranze cantautorali.
LA SPEZIA 5 – 6 Novembre 2011 – Teatro Palmaria
A CLAUDIO ROCCHI, TITO SCHIPA JR, CLAUDIO LOLLI e RENZO ZENOBI verrà dato un riconoscimento alla carriera intitolato ad Amilcare Rambaldi, il grande uomo che fondò il Club Tenco e diede una spinta decisiva alla nascita della Storica Canzone d’Autore Italiana.
In un tempo lontano, questi leggendari artisti erano tra “i suoi ragazzi”… Scopo di questa “Rassegna Fabrizio De Andrè” è diffondere tutto o almeno gran parte del nostro patrimonio culturale-musicale che i media e i “potenti del mercato” sembra abbiano alquanto trascurato.
Siamo convinti che da lassù, Amilcare Rambaldi sarà contento.
E pure i veri appassionati che non hanno dimenticato..

mercoledì, ottobre 05, 2011

Fabrizio De Andrè: Rassegna Storica e nuova canzone d'autore

Eventi online | Blog
A CLAUDIO ROCCHI, TITO SCHIPA JR, CLAUDIO LOLLI e RENZO ZENOBI riconoscimento alla carriera intitolato ad Amilcare Rambaldi, il grande uomo che fondò il Club Tenco e diede una spinta decisiva alla nascita della Storica Canzone d’Autore Italiana.



domenica, settembre 25, 2011

11 Music Contest – Roma

agenzia eventi musicali » 11 Music Contest – I finalisti


martedì, ottobre 12, 2010

AUTOBIOGRAFIA DI UN INGANNO. LO SCOPO? DISFARE GLI ITALIANI
(Marco Revelli dall'inserto "Il Venerdì" di Repubblica

"Disfare gli italiani". Questa sembra essere diventata l'ultima frontiera della Lega. Non è ancora finita del tutto l'impresa di farli, gli italiani, dopo aver "fatto l'Italia", che già si lavora per smontare quel fragile embrione con un progetto ambizioso, che sembra andare al di là, e al di sotto, della semplice superficie della politica. E puntare al bersaglio grosso, al Dna della Nazione, per mutarne il codice genetico. E riscriverne l'autobiografia. A questo sembra orientato il disordinato lavorio di figure minori, apparentemente secondarie, macchiettistiche, caricaturali: sindaci brianzoli, assessori lombardo-veneti, tribuni di periferia, parroci sanfedisti, cronisti di gazzette locali, intrattenitori da balera, adoratori del "sacro Po" e di ampolle celtiche. A questo - difficile quanto consapevole - progetto, risponde l'aberrazione di Adro: la marchiatura del più civile degli spazi, della scuola, con i simboli ostentati della segregazione del luogo e di fede politica. E più in generale la moltiplicazione di "segni" di appartenenza, e di esclusività, su tutto ciò che dovrebbe essere, al contrario, pubblico, comune, aperto e condiviso (ponti, piazze, vie.....), quasi a marcare, appunto, il territorio nel più elementare dei gesti di appropriazione. A svellerlo dalla sua storia, dalla vicenda collettiva che l'aveva fatto quel che esso era, per ridefinirne l'identità.
Solitamente si liquida tutto ciò come folclore. Manifestazione di pessimo gusto, fastidiosa, persino oltraggiosa ma tutto sommato innocua, come il baso livello culturale, la rozzezza e la marginalità dei suoi protagonisti. Ma temo sia un errore letale. Intanto perché non è affatto vero che ignoranza e rozzezza siano in qualche modo "innocenti" né tantomeno innocue: hanno al contrario un terribile potenziale di contagio, nei punti di caduta della storia, e una distruttività pari alla semplicità elementare dei loro linguaggi (gli anni Trenta insegnano). E poi perché, dietro i volti impenetrabili di questi nuovi barbari, si può intravedere la minacciosa grandezza di un'dea mortale: la voglia di metter le mani sulla stessa base "antropologica" del vivere associato. Di generare un nuovo tipo "tipo umano", per così dire, misurato sul nuovo habitat che si è ridisegnato a colpi di soli padani. Sul "territorio" appropriato a un'altra umanità. diversa da quella precedente. Più dura, certamente. Più gelosa della propria "coscienza di luogo". Votata ad altri dei, meno comprensivi ed ecumenici dei vecchi. "Rieducata" persino nei suoi atti più nobili, le funzioni di "cura", le pratiche di volontariato, ripiegate sull'egoismo di sangue. L'homo padanus: emergente, per seccessione di comportamenti prima che politica, dall'incompiuto "italiano".
Se il nostro quadro istituzionale fosse stabile, si potrebbe forse guardare a tutto ciò con distacco. Ma non è così. E' come se i piccoli sindaci padani avvertissero gli scricchiolii del grande edificio nazionale. Come se Bossi e i suoi gauleiter padani intuissero una nuova "morte della patria", di un altro, strisciante 8 settembre.
Il ritorno del Ventennio

Sembrava toccato un fondo umiliante con la scuola di Adro, edificio dello Stato vandalizzato dalla Lega. E con il voto di fiducia ottenuto da Berlusconi per forzare a un atto di sottomissione chi ha già detto ad alta voce e in pubblico ciò che pensa di lui.

Ma nelle stesse ore due fatti ci hanno ricordato che, se il presente è squallido, il peggior passato italiano si sta facendo largo tra le rovine di Berlusconi e non ha più vergogna di ciò che è stato.

Fenomenologia dei tempi correnti
Ecco il primo fatto. È mercoledì 29 settembre, siamo a Milano, siamo in via Bagutta, siamo di fronte a una manifestazione di studenti, quasi tutti di scuola media e alcuni universitari che per comodità e per giustificare alcuni eventi, verranno descritti come “centri sociali”. La manifestazione è piccola ma la ragione che porta i ragazzi in strada, di fronte alla sede dell’Unione Ufficiali in congedo, è grande. Il ministro della Difesa La Russa, il sindaco di Milano Moratti e il ministro dell’Istruzione Gelmini hanno deciso che d’ora in poi mille ragazzi delle scuole milanesi parteciperanno ogni anno a un corso che si chiama “allenati per la vita”. Vuol dire armi, esercitazioni, sfide fra pattuglie, esercizio alla “frequentazione di luoghi ostili”. Vuol dire cultura di guerra a scuola. L’affermazione non è eccessiva perché un simile training non è affatto un modo di accostarsi alla vita dei soldati veri. Facile provarlo.

È evidente l’equivoco: gli metti l’arma in mano, lo fai agire come una persona armata, creando una presunzione di razza a parte, di razza superiore. Ed è evidente il pericolo: Impari i gesti ma non il senso, come insegnare a qualcuno ad usare il bisturi, col pretesto che non si sa mai, ma senza la scuola di Medicina.

Ho detto che un simile folle progetto non si ritrova mai nelle scuole del mondo democratico. Ma occorre aggiungere che era tipico del fascismo, che esercitava i ragazzi anche con armi finte (che diventavano vere dopo i 15 anni) su scala di massa.
Dunque, senza alcun dubbio, l’iniziativa è fascista, nel senso classico e antico della parola. È il fascismo di Mussolini che voleva indurire gli italiani “molli e pacifisti”.

Tutto ciò per spiegare l’evento di Milano. Questo giornale ne ha parlato accuratamente il primo ottobre. A me preme far notare qualcosa di strano e di pericoloso nella sequenza dei fatti.

Primo, non era una grande manifestazione, i partecipanti erano pochi (pensando all’irresponsabilità di adulti come La Russa, Moratti, Gelmini, titolari del potere, viene voglia di dire “peccato”). Saranno stati rumorosi ma certo non pericolosi. Non risulta che vi siano stati contatti fisici di alcun genere.

Il modello ‘Genova’ per le vie di Milano
Secondo, i ragazzi hanno avuto l’impressione che vi fosse, oltre alle normali forze dell’ordine (carabinieri) un gruppo di militari diverso e speciale. Non diversa la divisa, ma il comportamento. O (direbbero gli specialisti) la missione.

Qui occorre sentire la voce di Leon Blanchaert, anni 23, corso di laurea in Scienze politiche, Università Statale, uno dei pochi adulti nella dimostrazione contro la cultura della guerra degli studenti di scuola media il 29 settembre a Milano.

“Tutto era finito in modo pacifico ma all’improvviso due di noi, io e una ragazza, evidentemente identificati come i capi della dimostrazione, siamo stati bloccati da un gruppo di militari che ci seguiva. Alla ragazza hanno storto il braccio come per romperlo. Io sono stato tenuto fermo mentre uno di loro mi picchiava sulla faccia fino a staccarmi il setto nasale. Sono in ospedale e nei prossimi giorni sarò operato. L’evento è stato terrorizzante per i ragazzi e le ragazze più piccoli (alcuni di 13 e 14 anni). Anche a nome loro chiediamo un intervento parlamentare. Vogliamo sapere chi ha ordinato una simile azione, lungo quale catena di comando, visto che il ministro della Difesa è il promotore dell’iniziativa che noi chiamiamo “la guerra a scuola” e, allo stesso tempo, il comandante in capo di coloro che ci hanno aggredito come per darci una lezione esemplare, benché nessuna misura di ordine pubblico giustificasse una simile spedizione punitiva”.

La mattina del primo ottobre mi sono assunto il compito di intervenire in aula. Era in corso la discussione generale sull’aumento ed estensione dei pedaggi sulle autostrade. Ma proprio in quel momento in Senato era accaduto qualcosa di insolito e grave. L’evento ha indotto la presidente di turno Rosy Bindi a permettere al deputato Fiano (poi a Nirenstein e poi a me) di intervenire. Ecco che cosa era accaduto. Il Senatore Giuseppe Ciarrapico, che si è sempre vantato di essere stato e di essere tuttora fascista, ha detto: “Vedremo quanti voti prenderà il transfuga Fini. Ma mi domando: i finiani hanno già ordinato la kippah? Perché di questo si tratta. Chi ha tradito una volta tradisce sempre”.
La kippah è il tradizionale copricapo degli ebrei, avvertono le agenzie che hanno diffuso la notizia.

Intervenendo con forza e passione sul senso che hanno quelle parole nell’Italia che stiamo vivendo, Fiano ha aperto la strada che mi ha consentito di raccontare subito all’Assemblea il pestaggio organizzato a Milano contro ragazzi estranei ad ogni azione o organizzazione pericolosa, colpevoli di essersi opposti alla “scuola di guerra”, da parte di un gruppo che forse è un’unità speciale con una missione speciale, qualcosa di separato dalle normali forze dell’ordine. Insomma, assieme alle parole di Ciarrapico si intravede l’altra faccia del fascismo, che si sente libero e anzi voglioso di esserci e di farsi notare, si sente autorizzato di venire sfacciatamente allo scoperto.

Niente scorre, tutto torna
Con il comportamento del sindaco leghista di Tradate che vieta il pagamento del premio di natalità se i genitori del nuovo nato non sono tutti e due italiani. E spiega senza ritegno che la sua iniziativa ha lo scopo di proteggere “ la nostra cultura”, torna, nella sua tipica forma odiosa, la difesa della razza. Quando il docente del conservatorio di Milano Johanne Maria Pini non esita a raccomandare l’eliminazione dei disabili, il nazismo torna ad insediarsi in Italia senza esitazione e senza pudore.

Ecco la nuova Italia di cui ci ha parlato a lungo Berlusconi, prima di addormentarsi in Senato, placato e confortato da se stesso dopo aver annunciato che tutto va bene, dopo essere stato il protagonista di un “fuori onda” in cui ripete di voler dare la caccia ai giudici e racconta le sue umilianti barzellette sugli ebrei.

da il Fatto Quotidiano (Furio Colombo)

martedì, ottobre 05, 2010

agenzia eventi musicali » In ricordo di Paolo

agenzia eventi musicali » In ricordo di Paolo:

La Gang: ZICO tribute


sabato, settembre 04, 2010

Il risorgimento è da riscrivere?

Scarica Il programma in formato PDF


mercoledì, agosto 25, 2010

L’Europa iniqua e i rom
di Moni Ovadia


I rom non trovano pace in questa iniqua terra d'Europa che non li vuole, che li tratta come un problema, come un ingombro di cui sbarazzarsi allontanandoli alla vista del "uomo della strada". I cosiddetti cittadini per bene, quelli che in passato votarono a milioni per partiti razzisti pur di difendere i loro piccoli e risicati privilegi non hanno minimamente fatto propria la tragica lezione che la cultura dell’ intolleranza ha impartito al vecchio continente sulla pelle di chi in un modo o nell'altro era considerato diverso Allora i rom erano in compagnia degli ebrei e di altri indesiderabili, adesso sono soli. La cattiveria con cui vengono trattati lascia indifferente l'opinione pubblica. Il problema è confinato al rifiuto della contiguità. Le persone "normali" non li vogliono vicini. A Milano mille "persone per bene" firmano una petizione contro la giunta di centro-destra che ha dato l'assenso alla costruzione di un insediamento per famiglie rom, grazie ad un finanziamento stanziato dal ministro Maroni, facendo leva sulla guerra fra poveri: senza lavoro milanesi contro zingari. I firmatari della petizione, leghisti duri e puri, chiedono l'intervento di Bossi in nome della tradita identità leghista. Se Bossi non darà loro soddisfazione, possono rivolgersi ad un altro che ce l'ha duro con i poveracci: Sarkozy che essendo un destro cattivista di corta memoria - Sarkozy è di origini ebraico-ungheresi - espelle, e disloca i rom senza risolvere un bel niente. A quante inutili vessazioni dovranno essere sottoposte le popolazioni rom e sinti perché la pavida ed imbelle Europa dia mano ad una legge vincolante per tutti i paesi comunitari che riconosca loro il pieno statuto di cittadini europei con il diritto di risiedere dovunque scelgano di farlo sulla base dello ius soli e nel rispetto delle loro specificità sociali e culturali? Si paghi finalmente questo debito!

21 agosto 2010

giovedì, agosto 19, 2010

Tv insieme, Silvio e Muammar sulla stessa lunghezza d’onda
di Ninni Andriolo e Umberto De Giovannangeli (l'Unità)

Una cosa ci tiene a chiarire prioritariamente: nessuno, al di là di una puntualizzazione del finanziere-produttore-amico del Cavaliere, Tarak Ben Ammar, ha provato a smentire quanto da lui scritto nell'articolo-bomba pubblicato sul Guardian il 6 settembre 2009. John Hooper è l'autore dello scoop che ha disvelato le operazioni finanziarie tra Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi, facendo emergere quello che il reporter britannico ha definito un «colossale conflitto di interessi». «Il fatto è – annota Hooper – che a unire i due leader non è solo il pugno di ferro contro gli immigrati clandestini. A unirli ci sono anche e per molti aspetti, soprattutto gli affari». Affari di famiglia.

È la Libyan connection. Vale la pena riportarla alla memoria, perché questa storia dà spessore e concretezza alle esternazioni sibilline di alcuni parlamentari «finiani», in primis Carmelo Briguglio, sulla «reale natura» delle relazioni tra Berlusconi e Gheddafi (e Vladimir Putin). Il Guardian scrive che nel giugno (2009) «come riportato da una piccola agenzia di stampa italiana, Radiocor», una società libica chiamata Lafitrade ha acquisito il 10 per cento della Quinta Comunication, una compagnia di produzione cinematografica fondata da Tarak Ben Ammar, storico socio di Berlusconi.

Lafitrade è controllata da Lafico, il braccio d'investimenti della famiglia Gheddafi. E l'altro partner di Ben Ammar nella Quinta Comunication è, «con circa il 22 per cento» del capitale scrive il Guardian, una società registrata in Lussemburgo di proprietà della Fininvest, la finanziaria di Berlusconi. Non solo: Quinta Comunication e Mediaset possiedono ciascuna il 25 per cento di una nuova televisione via satellite araba, la Nessma Tv, che opera anche in Libia, sulla quale Gheddafi potrebbe esercitare influenza attraverso la quota che ha rilevato nella Quinta Comunication. A Repubblica Ben Ammar puntualizza che Nessma Tv è di proprietà sua, al 25 per cento, di Mediaset per un altro 25, di due partner tunisini per il restante 50. L'ingresso di Gheddafi in Quinta Comunication, spiega, è avvenuto nell'ambito di un aumento di capitale ma solo perché interessato alla produzione di film sul mondo arabo. È bene soffermarsi su questo punto-chiave. E leggere nelle percentuali.

La sintesi è che Nessma Tv, appartiene al presidente del Consiglio italiano che ne detiene il 25% attraverso Mediaset Group, l'azienda di famiglia. Il resto è in mano per il 50% alla Karoui&Karoui World, dei fratelli Karoui, e a Tarek Ben Ammar per il restante 25% attraverso Quinta Communications. Creata nel 2007 dai fratelli Nebil e Ghazi Karoui, Nessma Tv è stata ripresa nel 2008 da Berlusconi e Ben Ammar, con l'obiettivo di farne la prima tv commerciale del Maghreb.

Un anno dopo l'articolo-scoop, il corrispondente del Guardian osserva con l'Unità che «per quanto riguarda i rapporti fra Gheddafi e Berlusconi non è stata fatta chiarezza. Il fatto è che l'opposizione non incalza il presidente del Consiglio su queste questioni. In qualunque altro Paese d'Europa, un premier sarebbe chiamato a resocontare in Parlamento sull'operato del Governo specie di fronte ad accuse di interessi personali...».

«In Inghilterra – ricorda John Hooper – il Primo ministro va due volte alla settimana in Parlamento per un confronto “uno contro uno” con il leader dell'opposizione. Berlusconi, invece, “diserta” il Parlamento ed evita il confronto. Cosa tanto più grave quando emergono sospetti concreti di un conflitto di interessi per ciò che concerne i rapporti tra Berlusconi e Gheddafi, come tra Berlusconi e Putin». Il discorso investe anche i media, pubblici (le Tv) e privati: «Dovrebbero – annota ancora Hooper – fare domande più dure, incalzanti, al premier, ma ciò, salvo rare eccezioni, non avviene...». «Berlusconi è un Primo ministro che sembra avere tra i suoi migliori amici in campo internazionale un ex capo del Kgb, Putin, e il dittatore libico, Gheddafi. Si dice che le persone si riconoscono dalla compagnie che frequentano...», dice a l'Unità David Lane, corrispondente dell'Economist e autore di un libro che tanto ha fatto infuriare il Cavaliere e il suo entourage: «Berlusconi's shadow».

«C'è una evidente attrazione fatale di Berlusconi per quel che riguarda i rapporti con la Libia. Rimane sempre indistinto il confine fra i suoi affari personali e le relazioni politiche un presidente del Consiglio deve necessariamente avere», rileva Luigi Zanda, Vicepresidente dei senatori del Pd, già consigliere del Cda della Rai. Che sulla vicenda svelata dal Guardian, riflette: «Mentre gli investimenti di Berlusconi in Italia nel settore televisivo hanno un valore finanziario ma oggi ancor di più sono degli strumenti di forte influenza politica, in Libia Berlusconi, utilizzando i suoi rapporti personali con Gheddafi, fa solo business. Perché non credo proprio che il Colonnello gli faccia mettere il naso negli affari della politica interna della Libia. Non per niente quando Berlusconi va in Libia bacia la mano a Gheddafi».

Un «rito» che si ripeterà il 30 agosto, quando il Raìs sbarcherà a Roma per celebrare il secondo anniversario della firma dell’Accordo di cooperazione Italia-Libia. Petrolio, armi, infrastrutture, banche...Un colossale giro di affari, parte del quale non brilla quanto a trasparenza. Il «dossier libico», come quello «russo», è materia su cui il Parlamento dovrebbe fare chiarezza. Il silenzio è più che sospetto. È complice

19 agosto 2010

sabato, agosto 14, 2010

Caritas: "Più sbarchi dopo intesa con Libia"

Immigrati, continuano gli sbarchi
Un flop i respingimenti in mare

MIA RIFLESSIONE PERSONALE:

SE NON TI VEDO NON ESISTI

Gli sbarchi e i respingimenti dei clandestini, sembrano magicamente spariti, nessuno ne parla più. I telegiornali che ci hanno tempestato per anni, mostrandoci la tragedia di tanti esseri umani, ora tacciono. Ma qual è la verità?
La domanda è d’obbligo: i viaggi della speranza, grazie al discutibilissimo accordo stipulato con la Libia, sono cessati veramente? No, non sono cessati sono solo spariti dalle cronache, sono stati sepolti sotto una coltre di silenzio. Quei poveri derelitti continuano, come sempre, a sbarcare sulle nostre coste, magari con altri tipi d’imbarcazione meno appariscenti e dirottati su approdi meno noti (gli squallidi traghettatori si sono immediatamente adeguati). La nostra guardia costiera continua a fermare i battelli in mare e a respingere i profughi verso un amaro destino, spesso verso le sopraffazioni e la morte, senza neppure accertarne lo status. Bisogna, tra l’altro, ricordare che non è mai diminuito anzi è aumentato il flusso via terra, ma di quello non se n’è mai parlato, è meno appariscente e per questo più facile da nascondere. In ogni modo l’operazione mediatica è perfettamente riuscita, tutti o quasi tutti sono convinti che gli sbarchi e i respingimenti siano cessati perché i clandestini vengono fermati direttamente all’imbarco o perché dissuasi, sin dall’origine, a intraprendere il lungo viaggio che dovrebbe allontanarli dalla miseria, dalle guerre e dalle persecuzioni . Quindi niente più immigrazione clandestina; nell’immaginario collettivo, questo Governo è riuscito dove altri hanno fallito. Tutto questo è falso e mi riporta alla mente una discussione di qualche anno fa su un forum rai. In quel caso c’era un’utente che affermava che ciò che non vediamo non esiste. Bizzarra affermazione, condivisa, da alcuni, con stravaganti argomentazioni, ma confutata da altri. Ne nacque una lunga discussione, non priva di spunti filosofici e strane teorie new age con richiami a scrittori tipo Carlos Castaneda, un tizio che ha vissuto lunghi anni a contatto con uno sciamano e che sotto l’effetto di piante allucinogene, raccontava di strane visioni, di consapevolezza elevata ecc. alle quali attribuiva un significato ultraterreno .
Quella discussione si protrasse per molto tempo e occupò molte pagine con elucubrazioni assurde e prive d’ogni possibile ragionevole riscontro. Ricordo che come esempio era stata o tirato in ballo il nostro satellite. In parole povere il succo del discorso era questo: “ se non osservo la luna, se giro il capo dall’altra parte o le nuvole la nascondono alla mia vista, quel corpo celeste non esiste semplicemente perché non lo vedo”. Assurdo vero? Eppure si discusse per giorni e giorni su questa coglioneria. Ecco, ora gli sbarchi invisibili mi hanno riportato a quegli anni a quel confronto, mi hanno ricordato quella sterile discussione. Gli sbarchi dei clandestini o il loro respingimento non esistono perché non li vediamo più, non ce li mostrano, sono stati occultati. Quindi se non li VEDIAMO NON ESISTONO. Purtroppo la realtà è ben diversa bisognerebbe che tutti ci facessimo carico di portarla allo scoperto perché non possiamo nascondere la testa sotto terra come gli struzzi per non vedere ciò che non ci piace o per farci abbindolare da chi ha costruito, con enormi bugie, il proprio consenso alla faccia di un popolo inebetito da una televisione asservita al potere.


mercoledì, agosto 04, 2010

L'evento rituale


Nulla più ci stupisce.
La notizia non ci emoziona, l'evento è rituale, la coscienza trova rifugio nel labirinto della dialettica.
Quando coerenza fra pensare e fare?

giovedì, giugno 17, 2010

PI: Islanda, paradiso dei giornalisti?

  • Approvata all'unanimità una proposta di legge caldeggiata da Wikileaks. Che dovrebbe trasformare l'isola nordeuropea in un porto franco per il giornalismo d'inchiesta e la pubblicazione anonima delle notizie

Roma - Cinquanta voti a favore, zero contrari, un solo astenuto. Questo il risultato di una recente seduta del Parlamento islandese, che ha quindi approvato all'unanimità quella particolare proposta di legge sui nuovi media che dovrebbe trasformare l'isola nordeuropea in un vero e proprio paradiso per giornalisti.

Approvata dunque quella che è stata più volte definita la più forte legge al mondo sulla libertà d'informazione, in particolare dalla parlamentare Birgitta Jónsdóttir, tra i suoi principali sostenitori. Un'iniziativa che mira a raccogliere le migliori predisposizioni di legge al mondo, in vista di una sorta di super-legge che riconosca una volta per tutte il valore di un'informazione senza confini nazionali.

Ma di confini, in effetti, si è parlato, dal momento in cui la sola terra islandese dovrebbe trasformarsi in una sorta di porto franco per il giornalismo d'inchiesta nonché per la pubblicazione anonima da parte di fonti spifferone. Proprio come il celebre sito delle soffiate Wikileaks, il cui founder Julian Assange è tra i principali promotori della proposta di legge.
È stato infatti Assange ad annunciare gli esiti dell'approvazione del Parlamento, parlando di un rifugio per i nuovi media in terra islandese, dove ci sarebbe attualmente la più forte stampa del mondo e una legge di prossima implementazione che proteggerà ancora meglio la pubblicazione anonima delle notizie.

Secondo Jónsdóttir, i contenuti della prossima legge avrebbero attirato una parte della stampa internazionale - tra cui Der Spiegel e ABC News - che starebbe vagliando l'ipotesi di trasferire le pubblicazioni di natura investigativa in Islanda. Che dovrebbe quindi proteggere le fonti da qualsivoglia imposizione, compresa censura preventiva, proveniente da leggi di paesi esterni.

Un paradiso, dunque, che tutelerà le pubblicazioni anche da reati come quello legato alla diffamazione a mezzo stampa o web. Ma non tutti sembrano aver esultato. Secondo il Citizen Media Law Project, ci sarà sicuramente una maggiore tutela per i server operanti in Islanda, ma la pubblicazione incriminata potrebbe rimanere punibile o censurabile secondo le varie leggi internazionali.

Mauro Vecchio
http://punto-informatico.it/2917110/PI/News/islanda-paradiso-dei-giornalisti.aspx


mercoledì, giugno 09, 2010

Bufale d'autore: Gigi D'alessio&TG2 (2)

Dopo aver scritto al direttore del TG2 siamo andati nel sito di Gigi D'Alessio. Dopo aver cliccato sul link :scrivi alla redazione, abbiamo inviato il seguente messaggio:

"Ho sentito pochi minuti fa al tg2 che il signor D'alessio avrebbe inventato un nuovo formato, l'mp4.
Ho già scritto al direttore del tg2 per avere delucidazioni in merito.
Da parte del signor D'alessio vorrei sapere se davvero si è attribuito l'invenzione o ha in qualche modo inspirato l'affermazione fatta nel servizio.
Riferimento: TG2 ore 13, martedì 8 Giugno 2010.
In attesa di cortese riscontro,
Marino Pietrella
http://www.diritto-internazionale.com
"

Restiamo in curiosa attesa di risposta. Ma ce ne sarà una?
Ne dubitiamo, dunque ci prepariamo a riproporre l'argomento in tutte le aree disponibili. ... E dire che i napoletani ci sono UN SACCO SIMPATICI!!



Bufale d'autore: Gigi D'alessio&TG2

Riportiamo la lettera scritta ieri nell'area "scrivi al direttore"
Ho appena sentito (ultima notizia del tg2 ore 13 martedì 8 Giugno) che Gigi D'alessio avrebbe inventato un nuovo formato digitale, l'mp4.

MP4 è l'estensione di files MPG4.
Da wikipedia:
"nato nel 1996 e finalizzato nel 1998 (fu presentato pubblicamente ad ottobre di quell'anno), è il nome dato a un insieme di standard per la codifica dell'audio e del video digitale sviluppati dall'ISO/IEC Moving Picture Experts Group (MPEG). L'MPEG-4 è uno standard utilizzato principalmente per applicazioni come la videotelefonia e la televisione digitale, per la trasmissione di filmati via Web, e per la memorizzazione su supporti CD-ROM.
MPEG-4 è basato sugli standard MPEG-1, MPEG-2 e Apple QuickTime technology, supportandone tutte le caratteristiche; ISO approvò il formato QuickTime come base per lo standard MPEG-4, l'MPEG group riteneva infatti che fosse la migliore base di partenza e che integrasse già alcune caratteristiche essenziali[1]; lo standard evolutosi possedeva inoltre tutta una serie di nuove funzioni come la gestione tridimensionale degli oggetti (tramite un'estensione del VRML). I flussi audio e video vengono trattati dallo standard MPEG-4 come oggetti che possono essere manipolati e modificati in tempo reale bidirezionalmente. Lo standard supporta caratteristiche specificate da terze parti come una particolare gestione dei DRM o una gestione interattiva dei contenuti.
La maggior parte delle caratteristiche dell'MPEG-4 sono opzionali e quindi la loro implementazione è lasciata alla discrezione dello sviluppatore. Questo implica che parte dei lettori multimediali di file MPEG-4 non saranno magari in grado di gestire tutte le caratteristiche del formato. Per permettere un'elevata interoperabilità, nel formato sono stati inclusi i concetti di profilo e di livello, quindi i vari lettori MPEG-4 potranno essere suddivisi a seconda dei profili e livelli supportati."

Andrò ora nel sito di Gigi D'alessio per sapere se ha in qualche modo affermato o lasciato intendere di essere l'inventore di questo formato. Il lettore che ha mostrato nel servizio è in vendita in qualsiasi negozio/bancarella/bazar cinese oltrechè ovviamente online.
Sono sinceramente allibito difronte all'affermazione conclusiva del servizio, secondo la quale l'mp4 è frutto di un ingegno napoletano(quello di Gigi D'Alessio), per combattere la pirateria....


domenica, giugno 06, 2010

Il Fatto Quotidiano sbarca sul web e chiede aiuto alla rete
4 giugno 2010

Fra poche settimane lanceremo la nostra nuova edizione on line. Ma per garantire la libertà di informazione tutti quelli che hanno un blog o gestiscono un sito devono darci una mano

Dunque ci siamo. Tra poche settimane Il Fatto Quotidiano sarà finalmente on line. In queste ore i nostri tecnici e i nostri giornalisti sono al lavoro per stabilire la data definitiva dell'uscita del sito in versione Beta. Poi, per tutta l'estate vedremo come funzionano le cose, ascolteremo i suggerimenti che ci arriveranno dalla rete, e entro l'autunno lanceremo la versione definitiva. Abbiamo molte idee. Le principali sono comunque due. La prima: fare anche sul web informazione senza padroni e censure. La seconda: dar vita a un sito che possa accogliere le opinioni e i pensieri di tutti, selezionando quanto ci sarà inviato o troveremo in Rete.

La sfida, non lo nascondiamo, è molto difficile. In redazione siamo in pochi e questa volta per coprire le spese e avere i capitali necessari per i nuovi investimenti dovremo raccogliere pubblicità. Per questo Il Fatto Quotidiano on-line dovrà avere tantissimi visitatori. Noi contiamo di riuscirci continuando a dire le cose che gli altri non dicono, raccontando storie e notizie che è impossibile leggere altrove. Ma questo non basta. Dobbiamo farci conoscere. Ed è qui che chiunque tiene alla libertà di parola, chiunque pensa che l'informazione nel nostro Paese sia messa in ginocchio non solo dalle leggi bavaglio, ma anche da giornali e tv al servizio del potente di turno, può darci una grossa mano. Vogliamo che tutti, ma proprio tutti, sappiano che il nuovo sito de il Fatto Quotidiano sta venendo alla luce. Per questo chiediamo ai blogger e a chi gestisce un sito di aiutarci mettendo a disposizione i loro spazi sul web per la nostra campagna di lancio. Stiamo lavorando a dei banner davvero poco convenzionali. Se siete disposti a ospitarli segnalate il vostro link a questa mail: iosupporto@ilfattoquotidiano.it

Entro pochi giorni verrete ricontattati e vi verrà fornito l'indirizzo di un link da dove potrete prendere il codice da inserire nella vostra pagina internet. La nostra richiesta è di tenere il tutto on line nel periodo di lancio del sito, che vi verrà comunicato quanto prima.

Del banner non convenzionale vi verranno anche fornite le specifiche tecniche e un tutorial utile per inserirlo correttamente . In alternativa abbiamo a disposizione anche un banner, per così dire, normale. In ogni caso l'importante è essere in tanti. Perché l'informazione libera è un bene di tutti e solo tutti assieme possiamo difenderla. E farla crescere.

Peter Gomez e Marco Travaglio

sabato, giugno 05, 2010

Anche noi abbiamo pubblicato la bufala, prendiamo atto che lo era.

Marco
Fioretti in STOP.ZONA-M
scrive:
A maggio e dicembre 2009 la Rete italiana è stata sommersa da un comunicato sull'avvenuta approvazione (che invece non era avvenuta) di un emendamento che avrebbe introdotto il carcere per i blogger disobbedienti: i dettagli sul perché questa era una bufala anche allora li trovate in un altro mio articolo. Purtroppo ho appena scoperto (24 maggio 2010) che su Facebook e tanti altri siti questo mese è riapparso, spacciato come vero e recente, quello stesso comunicato!
Provare per credere: cercate su Internet la frase (virgolette comprese) "Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733)" e poi ripetete la stessa ricerca ma solo sulle pagine pubblicate a maggio 2009 (se non sapete come, ecco le istruzioni per trovare con Google solo le pagine pubblicate in uno specifico periodo).
Nel secondo caso troverete diversi siti che hanno pubblicato quel comunicato a maggio 2009 (e già allora era falso ]). Nel primo, troverete centinaia di siti che hanno pubblicato quel testo a maggio 2010 senza cambiare o aggiungere una parola: quindi chi li legge capisce che l'emendamento è passato ("Ieri...") a maggio 2010!

Aggiornamento 29/5/2010: Ecco la smentita ufficiale in data 27 maggio 2010 sul sito dell'UDC:

"Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50bis: /Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet. La prossima settimana il testo approderà alla Camera diventando l'articolo nr. 60. Il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo e ciò la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della ‘Casta'..."

Questo l'inizio di un messaggio che da settimane circola su web, su numerosi siti e blog, pubblicato sempre nella stessa forma. Si tratta di un ‘fake', ovvero di una notizia priva di fondamento, come spiega in un video messaggio il capogruppo Udc a palazzo Madama, Gianpiero D'Alia: "Per la verità al Senato non si discute alcun pacchetto sicurezza e non vi è alcuna norma bavaglio ad esso collegata".

Nello smentire "queste scemenze" D'Alia invita tutti a non distrarsi da un provvedimento vero, il ddl intercettazioni, che così come è attualmente configurato "rischia di ridimensionare fortemente il diritto di cronaca e di indagine".

"La maggioranza - conclude - ha approvato in Commissione la legge di riforma delle intercettazioni che limita fortemente la possibilità di informare i cittadini anche attraverso la rete oltre che sui giornali. Di questo dovremmo occuparci tutti insieme e non di notizie false e datate".




Europa, crisi o fine?


Le due Europe. Di una tragedia (greca) senza catarsi
Quel che insegnano i fatti di Atene di Etienne Balibar, il manifesto, 27 maggio 2010

In poche settimane, abbiamo assistito alla rivelazione da parte del primo ministro Papandreu del debito «reale» della Grecia, manipolato dal suo predecessore con l'aiuto di Goldmann Sachs; all'annuncio della possibilità che il suo Paese non ce la faccia a pagare i nuovi interessi sul debito, brutalmente moltiplicati; all'imposizione alla Grecia di un piano di austerità selvaggio, come contropartita del prestito europeo. Poi l'«abbassamento del voto» della Spagna e del Portogallo, la minaccia dell'implosione dell'euro, la creazione di un fondo di aiuto europeo di 750 miliardi (su richiesta, in particolare, degli Stati uniti). Infine, la decisione della Bce, in contraddizione con il suo statuto, di acquisire delle obbligazioni statali, e l'adozione di politiche di rigore in una decina di paesi.Ce n'est qu'un début, non è che l'inizio, poiché questi nuovi episodi di una crisi apertasi due anni fa con il crollo dei crediti immobiliari statunitensi ne prefigurano altri. Dimostrano che il rischio di crac persiste o addirittura aumenta, alimentato da una massa enorme di titoli «spazzatura», accumulata nel corso del decennio precedente grazie ai consumi a credito, alla trasformazione dei titoli dubbiosi e dei credit default swaps in prodotti finanziari, oggetto di speculazione a breve. Il tormentone dei crediti dubbiosi continua, e gli stati sono in affanno. La speculazione investe ormai le monete e il debito pubblico. L'euro rappresenta oggi l'anello debole di questa catena, e trascina l'Europa. Le conseguenze saranno devastanti.

I greci hanno ragione a rivoltarsi
Prima conseguenza della crisi e della «medicina» che le è stata applicata: la rabbia della popolazione greca. Hanno torto a rifiutare di assumersi le proprie responsabilità? Hanno ragione a denunciare una «punizione collettiva»? Indipendentemente dalle provocazioni criminali che l'hanno viziata, questa rabbia si giustifica per almeno tre motivi. L'imposizione dell'austerità è stata accompagnata da una stigmatizzazione delirante del popolo greco, considerato colpevole per la corruzione e le menzogne della sua classe politica, di cui (qui come altrove) approfittano ampiamente i più ricchi (in particolare sotto la forma dell'evasione fiscale). L'austerità, ancora una volta, è stata imposta rovesciando gli impegni elettorali del governo, al di fuori di qualsiasi dibattito democratico. Infine, abbiamo visto l'Europa applicare al suo interno non delle procedure di solidarietà, ma le regole leonine del Fondo monetario internazionale, che mirano a proteggere i crediti delle banche, mentre annunciano una prevedibile recessione senza fine per il paese.Gli economisti, su queste basi, concordano nel pronosticare un default certo del tesoro greco, un contagio della crisi e un'esplosione del tasso di disoccupazone, soprattutto se le stesse regole verranno applicate ad altri paesi virtualmente in fallimento stando alle «notazioni» del mercato, come reclamano ad alta voce i difensori dell' «ortodossia».

Una politica che occulta il suo volto
Nel «salvataggio» della moneta comune, di cui i greci sono stati le prime vittime (ma non saranno gli ultimi), le modalità che hanno prevalso finora (imposte, in particolare, dalla Germania) hanno messo in primo piano, come priorità, la generalizzazione del «rigore» di bilancio (inscritto nei trattati fondatori, ma nei fatti mai veramente applicato) e, ma solo in secondo luogo,la necessità di una «regolazione» - molto moderata - della speculazione e della libertà degli hedge funds (già evocata dopo la crisi dei subprimes e dei fallimenti bancari del 2008). Gli economisti neo-keynesiani aggiungono a queste esigenze dei passi avanti verso il «governo economico» europeo (in particolare l'unificazione delle politiche fiscali), o dei piani di investimento elaborati in comune: senza questo, affermano, l'esistenza stessa della moneta unica si rivelerà impossibile.
Si tratta, evidentemente, di proposte assolutamente politiche (e non tecniche). Sono alternative che i cittadini dovrebbero dibattere, poiché le conseguenze di queste scelte saranno irreversibili per la collettività. Ma il dibattito è falsato dalla dissimulazione di tre dati essenziali:
- la difesa di una moneta e la sua utilizzazione congiunturale (sostegno, svalutazione) comportano sia un assoggettamento delle politiche economiche e sociali all'onnipotenza dei mercati finanziari (con le loro «notazioni» che si auto-realizzano e i loro «verdetti» che non lasciano spazio a nessun appello), sia una crescita della capacità degli stati (e, più in generale, della potenza pubblica) a limitarne l'instabilità e a privilegiare gli interessi a lungo termine sui profitti speculativi. Una strada o un'altra, tertium non datur.
- con la scusa di una relativa armonizzazione delle istituzioni e di una garanzia di alcuni diritti fondamentali, la costruzione europea, nella sua forma attuale, con le forze che l'orientano, non ha smesso di favorire la divergenza delle economie nazionali, che in teoria avrebbe invece dovuto ravvicinare all'interno di una zona di prosperità condivisa: alcune economie ne dominano altre, sia in termini di parti di mercato, sia in termini di concentrazione bancaria, sia trasformandole in fornitori in subappalto. Gli interessi delle nazioni, se non quelli dei popoli, diventano contraddittori.
- il terzo pilastro di una politica keynesiana generatrice di fiducia, oltre la moneta e il fisco, cioè la politica sociale, la ricerca della piena occupazione e la crescita della domanda attraverso il consumo popolare, viene sistematicamente passato sotto silenzio, anche dai riformatori.E sicuramente viene fatto apposta.

Dove va la globalizzazione?
A cosa serve, d'altronde, riflettere e discutere sull'avvenire dell'Europa e della sua moneta (dalla quale alcuni grandi paesi si tengono alla larga: Gran Bretagna, Polonia, Svezia), se non si tiene conto delle tendenze reali della globalizzazione? Se la gestione politica della crisi finanziaria resta fuori portata per le popolazioni e i governi implicati, l'effetto sarà una formidaile accelerazione dei processi in corso. Di che cosa si tratta? In primo luogo, del passaggio da una forma di concorrenza a un'altra: dai capitalismi produttivi ai territori nazionali, dove ognuno, a colpi di esenzioni fiscali e di abbassamento del valore lavoro, tenta di attirare più capitali fluttuanti del vicino. E' più che evidente che l'avvenire politico, sociale e culturale dell'Europa in generale - e di ogni paese in particolare - dipende dal fatto di sapere se l'Europa costituisce un meccanismo di solidarietà e di difesa collettiva delle popolazioni contro il «rischio sistemico», oppure se, al contrario (con l'appoggio di alcuni stati, momentaneamente dominanti, e delle loro opinioni pubbliche) si tratta di un quadro giuridico per intensificare la concorrenza tra gli stati membri e tra i cittadini.
Inoltre, si tratta, più generalmente, del modo in cui la mondializzazione sta sconvolgendo la divisione del lavoro e la ripartizione dell'occupazione nel mondo: in questa ristrutturazione che sovverte nord e sud, ovest e est, una nuova crescita delle ineguaglianze e dell'esclusione in Europa, l'annientamento della classe media, la diminuzione dei lavori qualificati e delle attività produttive «non protette», dei diritti sociali, delle industrie culturali e dei servizi pubblici universali, sono per così dire già programmati. Le resistenze all'integrazione politica, con la scusa di difendere la sovranità nazionale, non possono che aggravare gli effetti nella maggior parte delle nazoni e precipitare il ritorno (già ben avviato) degli antagonismi etnici che l'Europa aveva preteso di oltrepassare definitivamente al suo interno. Ma inversamente è chiaro che non ci sarà un'integrazione europea «dall'alto», in virtù di un'ingiunzione burocratica, senza un progresso democratico in ogni paese e in tutto il continente.

Populismo: pericolo o risorsa?
E' la fine dell'Unione europea, di questa costruzione la cui storia era cominciata 50 anni fa sulla base di una vecchia utopia, ma le cui promesse non sarebbero state mantenute? Non bisogna aver paura di dirlo: sì, ineluttabilmente, a una più o meno breve scadenza e non senza qualche prevedibile violenta scossa, l'Europa è morta come progetto politico, a meno che non riesca a rifondarsi su nuove basi. Un'implosione abbandonerebbe ancora di più i popoli che la compongono oggi alle incertezze della globalizzazione, come sugheri in un torrente. Una rifondazione non garantisce nulla, ma dà qualche possibilità di esercitare una forza geopolitica, a proprio vantaggio e per quello degli altri, a condizione di osare affrontare le immense sfide di un federalismo di nuovo tipo. Si tratta della potenza pubblica comunitaria (distinta sia dallo stato che da una semplice «governance» di politici ed esperti), di eguaglianza tra le nazioni (il contrario dei nazionalismi reattivi, sia quello dei «forti» che quello dei «deboli») e di rinnovamento della democrazia nello spazio europeo (il contrario della «de-democratizzazione» attuale, favorita dal neo-liberismo e dallo «statalismo senza stato» delle amministrazioni europee, colonizzate dalla casta burocratica, che sono anche per buona parte all'origine della corruzione pubblica).
Da tempo avremmo dovuto ammettere questo fatto evidente: non ci saranno passi avanti verso il federalismo, in effetti oggi auspicabile, senza un passo avanti della democrazia al di là delle forme esistenti, in particolare con una intensificazione dell'intervento popolare nelle istituzioni sovranazionali. Significa che, per rovesciare il corso della storia, scuotere le abitudini di una costruzione ormai senza fiato, ci sia bisogno oggi di qualcosa che può essere definito un populismo europeo, un movimento convergente delle masse o un'insurrezione pacifica, attraverso la quale venga espressa contemporaneamente la rabbia delle vittime della crisi contro coloro che ne apporofittano (o la alimentano) e l'esigenza di un controllo «dal basso» sugli scambi tra finanza, mercati e politica degli stati? Sì, senza dubbio, perché non c'è altro nome per definire la politicizzazione del popolo, ma a condizione - se si vogliono scongiurare altre catastrofi - che vengano istituiti seri controlli costituzionali e che rinascano delle forze politiche su scala europea, in grado di far prevalere all'interno di questo populismo «post-nazionale» una cultura, un immaginario e degli ideali democratici intransigenti. C'è un rischio, ma è minore di quello di lasciare libero corso ai diversi nazionalismi.

Dov'è la sinistra europea?
Queste forze costituiscono ciò che tradizionalmente, nel continente, era chiamata la sinistra. Ma anch'essa è in stato di fallimento politico: a livello nazionale e internazionale. Nello spazio che ormai conta, che attraversa le frontiere, ha perso qualsiasi capacità di rappresentazione delle lotte sociali o di organizzazione di movimenti di emancipazione, in maggioranza si è allineata ai dogmi e ai ragionamenti del neo-liberismo. Di conseguenza, si è disintegrata dal punto di vista ideologico. Coloro che la incarnano sono soltanto gli spettatori e, in mancanza di seguito popolare, i commentatori impotenti di una crisi contro la quale non propongono nessuna risposta collettiva: niente dopo lo choc finanziario del 2008, niente dopo l'imposizione alla Grecia delle ricette dell'Fmi (peraltro vigorosamente denunciate in altri luoghi e in altri tempi), niente per «salvare l'euro» altrimenti che pesando sulle spalle dei lavoratori e dei consumatori, niente per rilanciare il dibattito sulle possibilità e gli obiettivi dell'Europa solidale.
Cosa succederà, in queste condizioni, quando entreremo nelle nuove fasi della crisi, che devono ancora intervenire? Quando le politiche nazionali sempre più securitarie si svuoteranno del loro contenuto (o del loro alibi) sociale? Ci saranno dei movimenti di protesta, senza dubbio, ma isolati, che potranno venire deviati verso la violenza o recuperati dalla xenofobia e il razzismo già galoppanti, destinati a produrre ancora maggiore impotenza e più disperazione. Tuttavia, la destra capitalista e nazionalista, benché non resti inattiva, è potenzialemente divisa tra strategie contraddittorie: lo si è visto a proposito dei deficit e dei piani di rilancio economico, lo vedremo ancora di più quando l'esistenza delle istituzioni europee sarà in gioco (come prefigura, probabilmente, l'evoluzione britannica). Ci sarebbe qui un'occasione da sfruttare, la possibilità di agire. Delineare e dibattere su cio' che potrebbe essere, su ciò che dovrebbe essere una politica anti-crisi su scala europea, democraticamente definita, che cammini sulle due gambe (del governo economico e della politica sociale), capace di eliminare la corruzione e di ridurre le ineguaglianze che l'alimentano, di ristrutturare il debito e di promuovere gli obiettivi comuni che giustificano i trasferimenti tra nazioni solidali le une con le altre. Sarebbe questa la funzione degli intellettuali progressisti europei, sia che si definiscano rivoluzionari o progressisti. Non ci sono scuse per tirarsi indietro.

Traduzione di Anna Maria Merlo